Care Amiche,
come ben sapete, sono tornata dal mio piccolo viaggio in Pennsylvania e Maryland e sono certa che tutte voi avrete decine e decine di domande da farmi, per cui mi preparo a tentare di rispondervi scrivendo uno dei miei soliti resoconti.
Per prima cosa, anche se mi accingo a non andare in ordine di tempo e di fatti, vorrei dirvi che no, non ho visto il dottor Calabresi e che no, non sono affatto dispiaciuta perche` la mia esperienza e`stata cosi`speciale, cosi`perfetta, cosi`meravigliosa che non mi importa nulla se non l’ho visto questa volta! e quando dico “questa volta”, lo dico perche`so che lo vedro`sicuramente durante una mia prossima visita.
Ora ritorno all’inizio…
Dopo due ore di auto dalle citta`che ho visitato precedentemente in Pennsylvania, io e mio marito Keith siamo arrivati a Baltimora.
Come ho detto l’anno scorso, per entrare in citta`, si passa la zona piu`brutta e piu`sporca e piu`povera di essa e non e`un accoglienza piacevole, ma la citta`stessa, la settima piu`pericolosa degli Stati Uniti, non e`granche`comunque, se non teniamo conto della bella zona centrale del porto.
(Vi ricordo che anche Yale, a New Haven, nel Connecticut, si trova in una citta`poco raccomandabile e non molto bella e che molti altri buoni ospedali sembrano trovarsi in zone del genere).
Meta`della citta`stessa e`occupata dall’ospedale Johns Hopkins.
Praticamente, l’ospedale stesso e`una citta`dentro un’altra.
E`talmente enorme ed include decine e decine di edifici sparsi per la zona e ovunque si vada, si vedono i centinaia di segnali che lo indicano, che lo nominano, che ne richiamano l’attenzione.
E`impossibile non vederlo e non e`possibile non rimanere estereffata dalla sua grandezza, dal suo stile e dalla folla che lo colora.
Ancora prima di giungerci, il sorriso mi e`apparso in viso e cio`e`accaduto perche`ho potuto vedere parte del famoso Kennedy Krieger Institute, dove c’e`la scuola per ragazzi invalidi.
Appena accostata a fare una foto, una guardia, una delle tante che si trovano dapperttutto per motivi di sicurezza, mi ha chiesto se avevo un appuntamento per poter entrare e alla mia risposta negativa, ho ben compreso che non ci sarebbe stato modo di visitare la scuola, ma ne ho certamente compreso il motivo.
Sia la scuola che l’istituto vero e proprio, che si trova piu`vicino all’ospedale, sono affiliati con il Johns Hopkins e lavorano con esso, ma non li appartengono ed hanno un diverso sistema manigeriale.
Quando siamo arrivati all’entrata dell’ospedale Johns Hopkins vero e proprio, il mio sorriso si e`fatto ancora piu`ampio.
L’enorme gruppo di gente che lo popolava, l’andare e il venire di dottori, infermiere, guardie, pazienti e di gente comune, e`solito in ogni grande citta`americana, ma conoscere il motivo per il quale tutti si trovano tra le mura di esso, e`cio`che considero speciale.
Siamo tutti presenti per cercare di stare meglio e cio`che ci accomuna e`quel senso di speranza che ci permette di andare avanti in una vita che e`diventa sempre piu`difficile.
Appena si arriva alla porta, vi sono le solite guardie che ti accolgono e ti chiedono la ragione per la tua visita.
Appena essa viene spiegata, ti viene messo un bracciale giallo (se hai un appuntamento) che ti permette di entrare e di andare per la tua strada.
Dato che avevamo tempo (il nostro appuntamento con Kim Morton, la signora che lavora per Peter Calabresi, era per le 12 e mezza) sono andata al negozio di souvenir ed ho iniziato a camminare e ad osservare intorno.
Visita al Johns Hopkins, 3 Ottobre, 2007
TM